è l’ementare what’s on?

Cena delle lementari Non è un mistero che abbia sempre avuto una vena malinconica & ironica e a tratti depressiva alla Marvin, l’androide depresso della guida galattica per l’autostoppista. I segni del tempo che passa mi graffiano sempre l’anima, e ultimamente anche di più. Nonostante tutto, ce l’ho fatta ad affrontare un incontro con i compagni delle scuole elementari senza troppi patemi. Nessuno ancora morto, nessuno in carcere, nessuno che si droga, nessuno in politica. Eravamo una bella classe dunque, non c’è che dire. Fortunata, se non altro. Se l’altra sera ho contribuito a stemperare con l’alcool la malinconia, la mattina dopo a vedere le foto mi è preso un po’ male. I miei compagni di allora, ancora ben conservati nell’essenza del loro spirito, invecchiano nelle membra, come tutti quanti, e sono lo specchio del mio stesso invecchiamento.

Invecchiare spaventa perché la morte spaventa. Qualunque attività umana è finalizzata a combatterla: in un modo o nell’altro ognuno cerca la sua strada per illudersi di poterla sconfiggere, o almeno allontanare, o infine solamente per stare sereno. C’è chi ci riesce di più e chi meno, ma la verità è che siamo ossessionati dalla nostra finitezza e tutta la vita non è che una vana danza per combattare l’entropia, la dispersione di ogni nostra testimonianza in questo universo nell’oblio finale cui siamo (o temiamo di essere) destinati. La morte è il grande nemico. Sempre e comunque.

C’è chi spera di sopravvivere, almeno parzialmente, nei propri figli, testimonianza primitiva, archetipico desiderio biologico di riprodursi e perpetrare la specie e i proprio geni, origine di ogni pulsione sessuale. Chi proprio nel sesso e/o nel puro divertimento trova edonistiche distrazioni. Chi si rifugia nella religione, sperando in un Aldilà, che, buono o cattivo che sia, almeno è qualcosa, piuttosto che puro oblio. Dice il Cristo, il Cristo risorto che ha sconfitto la morte: io sono la Via, la Verità e la Vita… Sì, proprio la Vita eterna. C’è chi si dedica alla medicina, trovando nella cura delle sofferenze di questo essere imperfetto che è l’Uomo, un po’ di conforto, e il sogno è sempre quello di allungare la vita. C’è chi si dedica alla scienza, a quelle attività destinate a scrivere le leggi universali che si suppone debbano essere valide ovunque e sempre. Anche questo è un buon metodo per combattere l’impermanenza. C’è chi cerca consacrazione nell’arte. Musica, pittura, scultura, architettura, prosa, poesia, cinema, fotografia, e compagnia danzante. Chi con buoni esiti. Chi con ottimi. Chi tragici. C’è chi scrive sui blog. C’è chi si concentra sull’effimero mondo delle immagini: quelli che aspirano a diventare divi in televisione, i vip del gossip mondiale, le star per un giorno, o per brevi periodi, dei reality show, i filmati su youtube. Poi c’è chi si concentra sulla conservazione dei propri attributi fisici “giovanili”: si comincia con il trucco e si continua con lo sport, la chirurgia estetica, le cure dimagranti, il trapianto di capelli. Ognuno ha i suoi modi per illudersi di poterla fare franca. Ma naturalmente non manca chi, almeno nelle intenzioni, vuole addormentarsi nell’abbraccio sereno della grande consolatrice.

Be’, che altro dire?

Le olimpiadi stanno per cominciare, peccato siano in Cina (peccato per molti motivi), sarò presto in ferie, e il mondo sta per finire, ma non così presto. Chissà se avrò il tempo di leggere tutti quei libri che nel frattempo si sono accumulati vanamente suoi miei scaffali. Cercherò di pregare cheesus, la patatina divina, o sperare in un’apparizione di Padre Pio.

Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell’uno e mezzo nella altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante, oltre a varie particolarità che di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso di ragione; o certo, come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a profferir parole a guisa degli uomini: perocché si è trovato in una cartapecora antica, scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica; rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato, Scir detarnegòl bara letzafra, cioè Cantico mattutino del gallo silvestre: il quale, non senza fatica grande, né senza interrogare più d’un rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto e filosofo ebreo, sono venuto a capo d’intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si vede. Non ho potuto per ancora ritrarre se questo Cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola e chi l’oda cantare, o chi l’abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico vi fosse recato da qualche altra. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto; per farlo più fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi è paruto di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica: Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi dovrà essere imputato, essendo conforme a quello del testo originale: il qual testo corrisponde in questa parte all’uso delle lingue, e massime dei poeti, d’oriente.

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.

Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll’animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi, si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero non è prima desto, che egli ritorna nelle mani dell’infelicità sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L’una e l’altra insino alla vigilia del dí seguente, conservasi intera e salva; ma in questa; o manca o declina.

Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla vita, se sotto l’astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l’universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o piú di miseria che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia; nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu li presente o vedesti la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse i nasconde al tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtú vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dí e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice?

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per se mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte.

Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicità, perocché niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro, ma da niuna l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro; e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte.

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti, ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata; inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga. Molti infortuni e travagli propri, molte cause di timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso come effetto di errori, e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza: questo per lo più racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar male. Ma come la gioventù della vita intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dì si riduce per loro in età provetta.

Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo, che quando il vivente a più segni si avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la perfezione, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che già scemano. In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, e di sí gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

G. Leopardi, Cantico del gallo silvestre (1824)

15 Commenti a “è l’ementare what’s on?”

  1. Raffa afferma:

    Caro amico mio, sono belle parole quelle che hai scritto, piene di sincerità. Sono immense e superficiali. Allo stesso tempo. Partendo dalla frase del Leopardi: “Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicità, perocché niuna cosa è felice”. Come poter confutarla? Sì può forse dire che il mondo non è pieno di sofferenza? Solo noi facciamo parte di quella piccola minoranza di fortunati che ha il maggior numero di possibilità - o può per lo meno illudersi di ciò - per migliorare la propria situazione e diminuire le proprie sofferenze. L’accesso a quella medicina che ci allunga la vita - o che per lo meno ci illude di ciò - è a disposizione di un ristretto numero di persone. Prendendo tutto il mondo delle creature insieme, tanta sofferenza vi si trova, e poche possibilità di risollevarsi.

    Ma la superficialità di un tal pensiero nasce da queste domande: che senso ha prendere tutto il mondo intero? Che senso ha generalizzare le sofferenze? Serve forse a trovare giustificazione alle proprie, pensando che si sta tutti male?

    Riprendiamo il Leopardi: “Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera.” Tanti lo hanno cantato:

    Gather ye rosebuds while ye may,
    Old time is still a-flying;
    And the same flower that smiles today
    Tomorrow will be dying.”

    Quant’è bella giovinezza,
    che si fugge tuttavia!
    chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c’è certezza.”

    Ma che senso ha limitare la giovinezza cantata qua sopra alla giovinezza fisiologica? Per niente al mondo tornerei indietro di dieci anni, quindici poi manco morto. Non c’è stato niente di più straziante del periodo adolescenziale. Per fortuna c’è una sola volta nella vita. Ma la mente, i pensieri, l’esperienza, le novità: quelle ci sono, in continua crescita, per tutta la vita. Finché ad un certo punto: si muore! Giueee, che fregatura. Ma alla fin fine l’è così. “Gather ye rosebuds while ye may”, raccogli boccioli di rosa ora che puoi, e finché puoi. Smetterli di raccoglierli, ed essere ancora vivi, sarebbe molto triste.

    Ci sono tante morti nel corso di una vita. Amicizie che scompaiono, amori che finiscono, gente intorno a noi che muore, poi ad un certo punto, giue, si muore anche noi. Altra gente nasce, amori, amicizie, e avanti così. Non mi pare ci sia niente di terribile in tutto ciò. Forse un po’ triste, ma in fin dei conti non mi pare lo sia più di tanto. La tristezza, le sofferenze, la felicità, tutte le sensazioni, buone e cattive, nascono e muoiono. Dentro noi stessi, negli altri, in chi c’è stato e in chi ci sarà.

    “Spero che tu abbia concluso che ne valeva la pena: a costo di soffrire, a costo di morire. Sono così orgogliosa di averti tirato fuori dal nulla a costo di soffrire, a costo di morire. Fa davvero freddo e il soffitto bianco ora è proprio nero. Ma siamo arrivati, ecco la magnolia. Cogli un fiore. Io non ci sono mai riuscita, tu ci riuscirai. Alzati sulla punta dei piedi, allunga un braccio. Così. Dove sei? Eri qui, mi sorreggevi, eri grande, eri un uomo. E ora non ci sei più.
    […]
    Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda, s’accende una luce… Si odono voci… Qualcuno corre, grida, si dispera… Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore

  2. Mau afferma:

    Sì, lo hanno cantato in tanti… proprio dal Leopardi possiamo ripartire, che lo ha cantato tante volte…

    Garzoncello scherzoso,
    cotesta età fiorita
    è come un giorno d’allegrezza pieno,
    giorno chiaro, sereno,
    che precorre alla festa di tua vita.
    Godi, fanciullo mio; stato soave,
    stagion lieta è cotesta.
    Altro dirti non vo’; ma la tua festa
    ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

    Ma potrei citarti qualcuno molto più recente…

    Tardi tardi tardi è troppo tardi
    e non mi bastano i ricordi
    quando si diventa sordi
    l’emozione non si sente più
    Tardi tardi tardi è troppo tardi
    ci sono stati troppi sprechi
    quando si diventa ciechi
    la passione non si trova più

    Io sono uno di quelli che a furia di sentir dire che il periodo “bello” della vita dura troppo poco ha sempre (o almeno spesso) pensato che fosse già troppo tardi. Troppo tardi per cosa? Per tutto. E per rimanere sul cantautore romano…

    ma che senso ha
    stare così bene
    se non durerà

    Ma per quanto riguarda il senso di prendere il mondo intero come riferimento… be’, mi/ti chiedo, qual è l’estensione di ciò che dobbiamo prendere come riferimento per dare un significato alla vita?

    Son sempre più convinto che Leopardi, o chi per lui, scrivesse della stagion lieta e dello stato soave semplicemente perché all’epoca in cui scriveva aveva un livello molto basso di serotonina rispetto al periodo del presunto stato soave.

  3. Raffa afferma:

    Son d’accordo un po’ su tutto. Particolarmente su una frase presente nel link da te citato, riguardante il significato della vita:
    “Non c’è un significato. Non avrebbe importanza se non esistessi affatto, o se non mi importasse di nulla. Ma sono vivo e me ne importa. Questo è tutto”.
    E personalmente aggiungerei: diane!
    PS: mi permetto di citare il libro originale della citazione: Thomas Nagel, What Does It All Mean? (Oxford University Press, 1987)

  4. Jtalent afferma:

    Oh ragazzi,
    certo che a Agosto v’era presa proprio male!!!
    Anche se condivido alcuni spunti, non posso che notare una certa…assenza di entusiasmo, di vitalità appunto, se non conoscessi Mau, direi un certo piattume di rassegnazione!!!
    Va bene, prima o poi si morirà, che ci vuoi fare, ma se tanto tanto il poi fosse molto lontano, allora c’è ancora un monte di cose da fare, da scoprire, da scrivere, da inventare (?), persone da conoscere e luoghi da visitare,…e potrei aggiungere che c’è tanto bene da fare, che ci sono tante persone che hanno bisogno di te, che ci sono tante cose scorrete che hanno bisogno di essere corrette o anche solo fatte notare,….
    Ma, da uomo di sport, vorrei evidenziare la mia perplessità in tale affermazione:
    “Poi c’è chi si concentra sulla conservazione dei propri attributi fisici “giovanili”: si comincia con il trucco e si continua con lo sport, la chirurgia estetica, le cure dimagranti, il trapianto di capelli. Ognuno ha i suoi modi per illudersi di poterla fare franca”
    C’è chi fa sport per mantenersi giovane o per invecchiare?
    Bhè, si sente dire spesso,
    ma c’è chi fa sport per PASSIONE, e la passione non ha alcuna proporzione o legame con la variabile Tempo. Il tempo può solo intaccare quello che è il nostro fisico e può quindi limitare prima ed impedire poi di praticare attività sportiva. Ma la passione non può essere in alcun modo intaccata dal tempo o dal fatto che prima o poi si possa morire e quindi non ne vedo il legame.
    Se un giorno avrò la fortuna di essere vecchio e di muovermi con l’ausilio di un bastone, sono certo che cercherò di colpire al volo la gomma da masticare appena sputata dalla bocca con il bastone se le mie gambe non riusciranno più a calciarla al volo!!!
    Ciao

  5. Mau afferma:

    Mi fa piacere che ci siano persone entusiaste. Ma, ovviamente, non condivido tutto questo entusiasmo. Caro J, forse non mi conosci così bene come pensi… c’è sempre il lato oscuro del Mau.

    La Passione (di Cristo?) è un altro modo per cercare di farla franca.

    OMMIODDIO! MORIREMO TUTTI !!!

    (tono da Cassandra all’incombere dell’Apocalisse)

  6. Jtalent afferma:

    Non è colpa tua!!! Minchia che foto, ora mi spiego tutto!
    Essere indemoniato che sei nel corpo del Mau, è a te che mi rivolgo:
    ABBANDONA quel corpo, lascia il Mau e liberane l’entusiasmo e la gioia di vivere, si che di purpureo entusiasmo possa ricolorarsi il suo volto!

    Se fossero tutti fortunati come te caro Mau….. (?????)

  7. Mau afferma:

    Se tutti fossero fortunati come me o come chiunque altro indivduo X, di nessun individuo si potrebbe dire che è sfortunato o fortunato, in quanto tutti avrebbero lo stesso grado di “fortuna” (ammesso che sia una qualità grandezza misurabile) e non ci sarebbero parametri di confronto.

  8. Edo afferma:

    Purtroppo il grado di fortuna non commuta con l’hamiltoniano e pertanto non e’ una grandezza misurabile.

    [H,c] != 0

    dove H e’ l’hamiltoniano e c e’ il culo ovvero il grado di fortuna.

  9. Mau afferma:

    Quindi l’ipotetica abbozzata da JTalento cade comunque nel vuoto (come TUTTO, sottolineerei) e non ha conseguenze verificabili (o falsificabili, o prevedibili)

  10. Mau afferma:


    E comunque ieri qualche giorno fa Hamilton ha commutato male e lo hanno penalizzato. Sfortuna?

  11. Edo afferma:

    La questione e’ presto detta, solo la proiezione del culo sull’asse z e/o il modulo quadro del culo commutano con l’hamiltoniano.

    In questo caso l’asse z e’ l’asse della classi fica; il culo_z di Hamilton era sicuramente negativo.

  12. Mau afferma:

    Quindi potremmo dire che l’hamiltoniano è di Hamilton l’ano?

  13. Edo afferma:

    Si pero’ non c’e’ la certezza perche’ ricordandoci il principio di indeterminazione di Heisenberg

    DpDx > h/4pi

    e’ evidente che non potremmo mai essere certi della posizione dell’ano di Hamilton, pertanto l’hamiltoniano e’ di Hamilton l’ano solo se Hamilton va veloce. Se e’ fermo, la sua velocita’ e’ zero per definizione e quindi l’incertezza sull’ano e’ infinita.

  14. Daniele afferma:

    Ue!! Ma siete proprio dei cazzari da urlo, eh! Comunque, caro Edo e caro Mau, quanti ani hai?

  15. Raffa afferma:

    Scusate se mi intrometto, ma vedo che siete molto esperti di computer e forse mi potete aiutare: volevo comprare il porno su internet. Ma si può fare? Posso comprare per esempio il porno da questo blog? Grazie per l’aiuto e buon proseguimento!

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